Intolleranza alimentare di cani e gatti: sintomi e rimedi

Intolleranza alimentare di cani e gatti sintomi e rimedi

Dott. Canello, la sua “vocazione” a guardare avanti, a sondare nuove frontiere nella medicina veterinaria, è dimostrata da almeno due cose: dai suoi studi e ricerche sulle intolleranze e allergie alimentari e dall’impiego dell’omeopatia in veterinaria. A proposito del primo argomento, non ritiene francamente singolare, quasi contro-natura, puntare sul pesce come alimento base della dieta del cane, animale notoriamente carnivoro?

“Assolutamente no! Per prima cosa va rilevato che il cane è a tutti gli effetti ormai un onnivoro. Inoltre il pesce sostituisce la carne in modo perfetto e ne rappresenta l’alternativa ideale. A riprova di ciò basta ricordare come i cani nordici – quali Alaskan Malamute, Syberian Husky, Samoiedo, Terranova, Labrador ed altri ancora – nei paesi d’origine vengano nutriti abitualmente con il pesce, godendo, fra l’altro, di ottima salute. Anche dal punto di vista nutrizionale, peraltro, si può tranquillamente affermare che l’impiego del pesce quale fonte proteica per l’alimentazione del cane rappresenta sotto ogni profilo una scelta vincente: le proteine del pesce sono, infatti, di elevato valore biologico e di alta digeribilità; il pesce è naturalmente ricco, inoltre, di quegli acidi grassi insaturi che così efficacemente contribuiscono allo stato di benessere sia della cute e del pelo che dell’intero organismo. Si aggiunga, poi, che esso possiede un grado di appetibilità molto elevato e che solo molto raramente – contrariamente a quanto comunemente creduto – induce nei soggetti che se ne alimentano forme d’ipersensibilità e di intolleranza. È vero semmai che il pesce rappresenta, al momento attuale, la migliore proteina alternativa nella terapia dell’intolleranza di origine alimentare”.

– Citava i fenomeni di ipersensibilità e intolleranza: vuole brevemente approfondire questo argomento?

“Ricordiamo che per ipersensibilità alimentari s‘intendono tutti i fenomeni di reazione immunitaria che un soggetto può sviluppare a determinati ingredienti alimentari. Sappiamo che l’ipersensibilità è un fenomeno di tipo allergico e che nel cane e nel gatto si manifesta essenzialmente con patologie dermatologiche (prurito, dermatite, eczema). Per intolleranza alimentare s’intende, invece, tutte le reazioni negative agli alimenti.

Tali reazioni non immunologiche – quali intolleranze al cibo e metaboliche, reazioni farmacologiche e fenomeni tossici – possono interessare l’intero organismo, dalla cute all’apparato gastroenterico, dall’apparato visivo a quello uditivo, dall’apparato urinario a quello nervoso”.

– È opinione diffusa, fra i ricercatori, che una forte percentuale delle patologie cutanee presenti attualmente nel cane siano dovute proprio a reazioni allergiche a determinati alimenti: carne di manzo, carne di maiale, pasta, cereali e altro. Condivide quest’impostazione?

“No: nonostante la letteratura concordi nell’identificare – come causa di tali patologie – fenomeni di ipersensibilità, specie alle proteine più comuni, una mia ricerca, durata oltre 30 anni e iniziata ben  prima che il fenomeno divenisse di pubblico dominio, ha fatto emergere con chiarezza che molte delle patologie in questione sono invece molto frequentemente dovute a uno o più fenomeni di intolleranza a residui di sostanze farmacologiche attive presenti nelle carni derivanti dall’allevamento intensivo.

Dalla stessa ricerca è emerso con altrettanta chiarezza che le patologie provocate da tali residui sono molto numerose, e che costituiscono una vera e propria sindrome da me denominata S.R.A., ovvero Sindrome da Residui negli Alimenti. E’ da notare che tale sindrome colpisce molto più violentemente il cane che il gatto”.

– Ci descriva meglio questa sindrome.

“In pratica la grande maggioranza dei cani e un discreto numero di gatti che si cibano con carne e derivati di origine industriale sviluppano, secondo la propria sensibilità individuale, sintomi a carico di uno o più  apparati. A carico della cute vedremo comparire pelo secco e opaco, odore cattivo, dermatiti, forfora, prurito, eczemi secchi e umidi, dermatosi dello scroto; a carico dell’occhio, lacrimazione costante, secrezioni oculari, arrossamento e congiuntiviti croniche; a carico dell’orecchio, eccessiva produzione di cerume, arrossamento, eczema del padiglione, otite cronica; a carico dell’apparato gastro-intestinale, desiderio spasmodico di erba, vomito a digiuno o alimentare, flatulenze, diarrea. Altri disturbi, certamente non facili da collegare all’alimentazione, sono molti granulomi da leccamento, l’infiammazione periodica delle sacche anali, l’eczema della guancia o della pianta del piede, molte piodermiti ed alcune forme di convulsioni. Vorrei ricordare, per chi fosse interessato ad approfondire questo tema, che alla S.R.A. e a tutti i numerosi fenomeni a essa collegati ho dedicato un lavoro originale pubblicato sul Bollettino AIVPA del gennaio 1995″.

– Come può affermare con sicurezza che la patologia sia dovuta a residui e non ad altri fattori, quali atopie o semplici sensibilizzazioni alla proteina?

“Centinaia di prove cliniche da me effettuate hanno chiaramente evidenziato che la patologia si sviluppa solo quando il cane mangia carne derivata dall’allevamento intensivo: se lo stesso cane viene alimentato con lo stesso tipo di carne, ma di origine biologica, le patologie sopra ricordate non si presentano se non nei rari casi di effettiva atopia o intolleranza alla proteina”.

– Per quale motivo durante il ciclo di allevamento degli animali da carne vengono impiegate sostanze chimiche?

“Perché tali sostanze, in particolar modo antibiotici e auxinici, favoriscono la crescita degli animali ed evitano contemporaneamente lo sviluppo di svariate forme patologiche”.

– Ritiene dunque che tutte le patologie che lei raggruppa sotto il nome di Sindrome da Residui negli Alimenti siano indotte dall’impiego indiscriminato di sostanze chimiche nell’allevamento su scala industriale?

“Probabilmente no. Poiché molti dei fenomeni riferiti all’intolleranza in genere si sviluppano anche in presenza di concentrazioni minime, è verosimile che le patologie collegate alla Sindrome da Residui possano svilupparsi anche quando vengono rispettate le concentrazioni e i tempi di sospensione dei vari tarmaci che vengono regolarmente e legalmente immessi nei mangimi a uso zootecnico. Tuttavia la gravita delle patologie che si sviluppano deve costituire un grosso segnale d’allarme sul tema dell’utilizzazione di sostanze varie (antibiotici, auxinici e altro) durante l’allevamento di tutti gli animali da carne”.

– Quindi, lei suggerisce di ricorrere al pesce di mare, perché questo non è allevato. Non potrà comunque negare che anche il mare sia inquinato dalle più svariate sostanze e che il pesce risulti spesso contaminato da mercurio o altre sostanze inquinanti…

“L’osservazione è legittima. Bisogna comunque osservare che – se partiamo dal punto di vista dei residui in quanto tali – non è possibile salvare alcunché. Residui di vario genere possono infatti essere rintracciati in qualsiasi alimento, dai cereali alle verdure, dall’acqua ai formaggi, dal pesce alla carne. È tuttavia indiscutibile che, dal punto di vista clinico, mentre i residui presenti negli altri alimenti non sembrano indurre patologie facilmente evidenziabili, i residui presenti nelle carni di origine industriale sono all’origine di effetti visibilissimi e riscontrabili da chiunque lo voglia. Nella stragrande maggioranza dei cani sono sufficienti pochi giorni di dieta a base di pesce di mare – eliminando la carne e i suoi derivati – per vedere attenuarsi o scomparire i sintomi prima descritti; e che ricordiamo essere principalmente prurito, dermatite, forfora, odore cattivo della cute, lacrimazione costante, congiuntiviti, otiti, flatulenze, diarrea cronica.

A riprova di ciò, è sufficiente sospendere la dieta priva di carne di origine industriale per vederli ricomparire rapidamente”.

– Quindi, per ottenere risultati altrettanto validi come quelli offerti dal pesce di mare sarebbe sufficiente trovare della carne “pulita”?

“Certamente. Nutro comunque qualche dubbio sulla possibilità pratica di poter trovare con continuità carni di questo tipo nel canale tradizionale: mi sembra molto più semplice ricorrere al pesce di mare o ad alimenti certificati biologici, ormai disponibili con facilità anche per i piccoli animali”.

– Ammetterà che mettersi ai fornelli per cucinare pesce per il proprio cane non sia una cosa particolarmente comoda…

“Sicuramente. Va detto però che esistono in commercio alcune linee di alimenti basate sull’utilizzo del pesce quale unica fonte proteica. Ciò permetterà al veterinario di poter fornire una soluzione pronta e valida a chiunque non voglia mettersi giornalmente a cucinare pesce. È necessario comunque fare attenzione alle etichette, in quanto buona parte degli alimenti confezionati, anche se definiti al pesce, sono principalmente a base di carne e derivati ed è quindi perfettamente inutile tentare una dieta al pesce utilizzando tali prodotti”.

– Come giudica l’utilizzo, ormai diffusissimo, della carne ovina quale proteina sostitutiva nell’intolleranza alimentare?

“I risultati che si raggiungono sono ottimi. Ritengo, comunque, che tali risultati non siano dovuti all’impiego di una proteina ‘diversa’, ma derivino dal fatto che la stragrande maggioranza degli ovini non viene sottoposta alle regole dell’allevamento intensivo, in quanto perlopiù allevati allo stato brado. Sono convinto insomma che la carne ovina dia risultati non tanto perché ipoallergenica o ‘nuova’, ma perché proteina ‘pulita’, senza residui. D’altronde, se il problema derivasse dalla sensibilizzazione alle proteine di più comune utilizzo, il pesce di mare sarebbe senza dubbio una scelta perdente. Infatti, sono almeno 25 anni che nella composizione dei vari cibi in scatola per cani e gatti sono presenti percentuali variabili di pesce di varia origine, e non c’è motivo di dubitare che si sarebbero sviluppate numerosissime sensibilizzazioni anche a tale proteina. Lo stesso vale per la carne ovina: il suo uso generalizzato avrebbe visto fiorire numerosi soggetti sensibili.

– Ritiene che per il grande pubblico dei proprietari di animali sia semplice adattarsi a una cambio di abitudini alimentari come quello da lei auspicato?

“Penso proprio di sì. D’altronde, al di là delle chiacchiere, sono i risultati che contano; e da questo punto di vista, ciascun proprietario è in grado di effettuare senza alcuna difficoltà le necessario verifiche sul proprio cane o gatto. Premettendo che è assolutamente necessario eliminare qualsiasi bocconcino fuori pasto per tutto il periodo della prova, una dieta che preveda la eliminazione totale della carne e dei suoi derivati (ossi e brodo di carne) per un periodo di 10-30 giorni, sostituendola con pesce di mare, permetterà a chiunque di verificare se quanto detto è una invenzione o un dato di fatto. Nello stesso tempo potrà verificare che qualsiasi minimo strappo alla dieta provocherà il rapido ritorno di gran parte dei sintomi prima descritti”.

E dopo il periodo di dieta?

“A ciascun proprietario la scelta: ritornare alla solita alimentazione, con la ricomparsa pressoché inesorabile delle patologie o continuare con un’alimentazione che rispetti i principi finora illustrati. Non sarà comunque indispensabile mantenere la dieta in modo drastico: imparando con l’esperienza a conoscere con esattezza il prezzo che dovrà pagare il proprio cane o il proprio gatto per ogni sgarro alla dieta (qualche giorno di prurito e forfora, qualche episodio di vomito, di flatulenze e diarrea, qualche giorno di lacrimazione abbondante e cispe agli occhi), il proprietario potrà decidere se “allungare” saltuariamente quegli alimenti a base di carne che possano soddisfare anche la naturale inclinazione alimentare del suo animale.”

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