Il guinzaglio per cani: comunicazione e relazione

Il guinzaglio per cani - comunicazione e relazione

Cos’è veramente il guinzaglio per cani?

Se lo spazio si misura in livelli di prossimità, ma anche in un range di possibilità a disposizione del proprio estro, il guinzaglio può essere una buona misura del nostro rapporto con il cane e forse anche quell’eccellente metafora che serve a ogni prova d’autore. Da lì s’irradiano sottintesi e modelli, alcuni proiettati nel cielo come aquiloni alla ricerca di superare la metrica del guinzaglio, altri affossati nel buio della regressione. Per taluni il guinzaglio è misura di insufficienza e ci si appella alla museruola onde poter disegnare una città di cani imbavagliati per rendere inoffensiva la stupidità dell’uomo. Ma cos’è veramente il guinzaglio per cani? Strumento di contenzione o di comunicazione? Misura di controllo o di protezione?

Il guinzaglio per cani non è nulla di tutto questo ed è tutto questo, ma in un modo completamente differente da come lo intende l’uomo. Attraverso il guinzaglio il cane declina il suo rapporto e lo interpreta. Il guinzaglio infatti non è solo un confine capace di limitare uno spazio di mondo accessibile, ma è soprattutto un cavo telefonico che trasmette continue informazioni che riguardano la persona e le sue disposizioni nel qui e ora.

Il guinzaglio per cani come strumento di comunicazione

Attraverso il guinzaglio passano informazioni sull’assetto emozionale, come la paura, la frenesia, la sorpresa, la sicurezza, e sull’assetto motivazionale, come l’orientamento, l’interesse, il grado di motivazione. Il guinzaglio è in grado di riflettere le conoscenze della persona lungo la traiettoria del cammino, le sue aspettative prossime, le conseguenze o i significati di una particolare circostanza: è cioè una buona base previsionale. Come il filo da pesca, il guinzaglio parla attraverso tensioni, viraggi, improvvise impennate che rompono la monotonia o continue e stressanti tensioni che incarnano la monotonia. Sul filo del guinzaglio il cane impara ed equivoca il proprio compagno umano: voi siete presi dal bisogno di sbrigare le faccende fisiologiche del cane per poter andare al lavoro in orario, il cane interpreta la frenesia emozionale motivazionale sul leitmotiv dell’avventura sul territorio. Perché il cane tira? Perché voi tirate? Tutti e due immersi nella stessa parentesi posizionale eppure lontanissimi nei pensieri, nelle immagini visive e olfattive che si squadernano una dopo l’altra. Questo è peraltro il motivo per cui sulla gestione del guinzaglio si misurano le capacità di convergenza di coppia.

Il guinzaglio per cani è un gorgo che si autoimplementa, porta in accelerazione tutte le disposizioni e le contraddizioni: la vostra tensione accrescerà quella del cane che a sua volta, complicandovi la vita, aumenterà la vostra e così via. Il guinzaglio ci costringe a fare i conti con noi stessi e quasi sempre ci offre un profilo verosimile della nostra insufficienza. Un volano, il guinzaglio non è altro che un volano. Il cane ha bisogno di sentire la vostra coerenza direzionale, il vostro guardare il mondo senza paura, non l’ossessione a lui rivolta. Quanto più terrete in tensione il guinzaglio, tanto più insegnerete al vostro cane a tirare e questo vi porterà ad aumentare la forza. Il guinzaglio comunica al cane le vostre incertezze, le ambivalenze, il disorientamento: allora quanto più forzerete, tanto più il cane avrà conferma di dover prendere in mano il timone del direzionamento. Un gorgo da cui non si esce se non s’impara a guardare oltre il guinzaglio, a capire cioè che non può essere il guinzaglio deputato a supplire un’assenza di vicinanza per una pretesa di prossimità. Ovvio, peraltro, che lì si misura anche la maturità relazionale raggiunta dalla coppia, per cui non possiamo valutare solo il qui e ora espressivo: è normale che un cane, appena tirato fuori dal box del canile, da un volontario che sì e no conosce, tiri al guinzaglio: lì c’è eccitazione, esuberanza, frenesia verso il mondo, non contemperata da alcuna relazione concertativa.

Guinzaglio, passeggiata e relazione

La relazione sta al centro della passeggiata, per cui tutto ciò che favorisce l’affiliazione, l’affettività, la centripetazione, l’accreditamento del partner umano interviene nel mitigare la tensione sul guinzaglio. Ogni relazione è una prova d’autore che chiede impegno, costanza, coerenza, continuità. Nessuno spavento, però è necessario averne consapevolezza per poter declinare il guinzaglio nel modo migliore e costruire la nostra relazione esterna, laddove possibile, anche senza guinzaglio. Paradossalmente, se basiamo la nostra prossimità relazionale, pensandola come concertazione non vincolata e non facilitata da un filo, riusciremo a realizzare meglio la nostra relazione con il guinzaglio. Per imparare a passeggiare utilizzando la giusta metrica – vale a dire una piena assonanza di tensione, direzione, concertazione, misura – è indispensabile lavorare per strutturare una relazione forte. Se il guinzaglio non è una costrizione non cercherò di forzarla, se non è un’assicurazione non cercherò di vincolarla. La metrica del guinzaglio indica pertanto quanto siamo accanto sotto il profilo della vicinanza, non della prossimità, che resta inevitabilmente un epifenomeno, ossia il risultato di qualcosa che sta al di là del semplice camminare a fianco.

Il guinzaglio potrebbe essere esile come un filo da cucire per farci comprendere la sua insussistenza rispetto al raggiungimento di un risultato che, viceversa, si complica e si allontana con e nell’esercizio. Già, perché attraverso l’esercizio non preparato da una corretta sistemica relazionale inevitabilmente insegneremo al cane (indurremo nel cane) proprio quei comportamenti che contrastano con una corretta conduzione al guinzaglio. Ogni trazione suscita un comportamento opposto: ma noi non desideriamo avere un cane da slitta! Pertanto prima di iniziare qualsiasi training riferito al guinzaglio, oppure onde intervenire su un problema di conduzione, è assolutamente necessario in via prerequisitiva agire sulla sistemica tra cane e persona, attivando la vicinanza.

Se abbiamo compreso che il cane non è un trolley da trascinare, ma un’entità dotata di una soggettività, che quindi si rivolge al mondo ed è sensibile ai richiami di quest’ultimo, allora è scontato che gran parte della concertazione passa attraverso l’osservazione delle situazioni in essere che possono avere una rilevanza sul nostro cane e sulla capacità di interpretare i suoi segnali comunicativi e parimenti di inviarne i nostri con successo. In altre parole, la concertazione si avvale indubbiamente della vicinanza e della maturazione della relazione, per esempio rispetto ad abitudini consolidate, ma richiede altresì delle competenze che si svolgono nella peculiarità delle situazioni che via via si dipanano, spesso imprevedibili, nel corso della passeggiata.

Roberto Marchesini

Etologo, filosofo e Direttore di Siua

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