L’obbedienza del cane

L’obbedienza del cane

L’obbedienza del cane è un limite

I cani sono animali dall’intelligenza sociale assai spiccata e non penso di azzardare se affermo che da un punto di vista relazionale ci superano di molte lunghezze. In fondo sono gli uomini ad abbandonare i cani e non viceversa e questo già dovrebbe farci riflettere. Per il cane il gruppo familiare è una squadra, un solo corpo che deve muoversi all’unisono e per questo motivo il cane è interessato a costruire la massima concertazione. Il cane pertanto è già predisposto a collaborare, ciò significa che pretendere da lui l’obbedienza è di fatto una limitazione rispetto alle grandi potenzialità che il suo etogramma gli rende disponibili.

Spesso si sente parlare di dominanza del cane, come se lui veramente considerasse la relazione in termini di potere, ma questo è un antropomorfismo. Persino il concetto di leadership è errato se l’applichiamo in modo immedesimativo perché, mentre per l’uomo essere leader vuol dire delegare agli altri il lavoro spicciolo e in ultima analisi essere esonerati dal fare, nel mondo dei cani il leader è quello che si assume qualunque onere e che lavora continuamente per il suo gruppo, non solo nel prendere le decisioni ma altresì per difendere il proprio gruppo. Pertanto non metto in discussione il concetto di leadership nel cane ma la visione antropomorfica della leadership, quella basata sul concetto di privilegio e di astensione, che è del tutto estranea dalla chiamata all’opera e alla gestione del gruppo che viceversa caratterizza la leadership del cane.

La leadership del cane

Rispetto alla emergenza di uno status di leadership nel cane ritengo che occorra valutare due cose:

  1. la struttura caratteriale del cane in questione e in particolare l’assetto motivazionale ed emozionale del soggetto, perché alcuni cani non ti perdonano il benché minimo errore, mentre altri non hanno alcun interesse ad assumere alcun ruolo coordinativo e praticamente potresti fare di tutto, sbagliare qualunque azione relazionale, che manterranno comunque una posizionalità gregaria;
  2. la struttura relazionale, vale a dire non i singoli atti di interazione, ma il ruolo che viene affidato al cane nella relazione e quello assunto dal proprietario, le attività che vengono svolte insieme e chi propone o ingaggia l’altro, le richieste che vengono fatte al cane.

Sento sempre dire che è importante fare attenzione alla gestione del territorio o delle cose: guai se il cane sale su una poltrona, se ha la brandina in un punto centrale, se entra in camera da letto, se mangia prima di noi. Francamente penso che questi aspetti possano essere utili per richiamare l’attenzione del proprietario e fargli capire che dal distacco in poi quel cane non è più un piccolino da accudire ma un membro di un gruppo sociale, ma diventano secondari, se non addirittura inutili, nella definizione dei ruoli. Ciò che fa la differenza è la struttura di relazione, ovvero quale ruolo relazionale viene affidato al cane e quale ruolo assumiamo.

Coccole e affettività, gioco e distrazione rappresentano l’aperitivo e il dessert per il cane, non il piatto forte relazionale. Se qualcuno mi offrisse continuamente per il pranzo olive e salatini o crème caramel, so per certo che prima o poi (più prima che poi) mi deciderei a cercare di prendere io la gestione del menù. Il piatto forte nella relazione con il cane è la dimensione collaborativa e il vero coordinatore, leader, mister o come altro lo si voglia chiamare è colui che sa ingaggiare ovvero è in grado di proporre attività da fare insieme. Sono certo di non umanizzare se dico che esistono cani felici e cani che non lo sono affatto nonostante le apparenze.

Puntualmente i cani infelici sono quelli tenuti dentro prigioni dorate di affettività, mentre i cani felici sono quelli che possono finalmente esprimere ciò che sono, la loro natura in piena autenticità.

L’educazione deve pertanto dare al carattere le sue opportunità di germogliazione – educere indica l’atto di far uscire – consentendo di indirizzare le proprie vocazioni-inclinazioni su espressioni sostenibili, non si deve proporre o pretendere di azzerare le inclinazioni. Ma per fare questo è indispensabile che il proprietario per primo costruisca il nucleo forte della sua relazione sulla dimensione collaborativa. Per rendere le inclinazioni innate degli stili comportamentali sostenibili è indispensabile dare delle conoscenze che vadano a indirizzare l’espressione su target, contesti e modi corretti. L’istruzione – il termine indica l’atto di dare strumenti – deve pertanto dare un indirizzo espressivo ossia le competenze per poter dar seguito alle proprie inclinazioni.

L’istruzione troppo spesso viene interpretata come apprendistato di obbedienza del cane, distruggendo di fatto le plusvalenze collaborative e consensuali che il cane potrebbe esprimere se solo si desse un corretto indirizzo al suo profilo etologico.

Roberto Marchesini

Etologo, filosofo e Direttore di Siua

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