Il valore della relazione con il cane

Il valore della relazione con il cane

Quando parliamo di cani e di gatti facciamo sempre riferimento a una parola importante e impegnativa: relazione. Ma non sempre approfondiamo cosa significhi veramente essere in relazione e quali siano i nemici della relazione, quelli che allentano il legame fino a esaurire la forza della relazione. Spesso nemmeno ci accorgiamo più di aver perso la relazione o di non essere più in-relazione.

La relazione infatti non è semplicemente convivenza ma l’essere uniti in uno stato di partecipazione profonda e rispettosa delle caratteristiche del partner. Il legame è ovviamente diverso a seconda delle caratteristiche di specie: 1) per il cane l’essere in relazione significa prima di tutto fare delle attività insieme, per cui il legame sarà tanto più forte quanto maggiore è il coinvolgimento operativo vigente; 2) per il gatto partecipare a una condizione relazionale significa essere compresi in una situazione conviviale e rilassata, per cui quanto più ce ne stiamo vicini in serenità tanto maggiore risulterà il legame.

La relazione è pertanto un rivolgersi all’altro con un forte senso di rispetto, mitigando le proprie vulnerabilità narcisistiche. In altre parole è veniale cercare un po’ di affetto, proiettare sul pet qualche aspettativa, cadere in piccole forme di antropomorfismo, accontentare le proprie disposizioni genitoriali, ma è un peccato mortale per la relazione considerare il proprio partner a quattro zampe una sorta di specchio riflettente. Una relazione è sempre un dialogo, un venirsi incontro, un cercare la migliore mediazione tra esigenze che possono anche essere differenti, avendo cura di comprendere che il cane e il gatto sono la parte debole del rapporto per cui è l’essere umano che deve prestare maggiore attenzione e assumersi maggiore responsabilità nella relazione. Inoltre il più grosso nemico della relazione, quello che porta a una svalutazione e un conseguente allentamento del legame, è la banalizzazione.

Banalizzare una relazione significa darla per scontata, pensare di conoscere già tutto dell’altro, non volerci investire attenzioni e impegno, non avere una visione di continua crescita del rapporto. In una parola, vuol dire mancanza di consapevolezza interiore di quanto quella relazione sia importante per me. La banalizzazione è come uno svuotamento di significato, una smemoratezza: il non ricordarsi più il perché dell’incontro, cosa ci ha spinti all’adozione, le pagine-fotografie della nostra storia. Una relazione banalizzata è morta perché manca la consapevolezza dell’importanza del partner, che è presente ma di fatto assente, prossimo semmai ma di certo non vicino. E allora le uniche cose che mi rammentano la sua presenza sono i problemi, i fastidi, i vincoli che devo sopportare a causa sua. Si abbandona una relazione quando si è perduto di consapevolezza, non quando la relazione diventa difficile. La banalizzazione suona come un “tanto lo so”, lo so che cosa è il mio cane, lo so che cosa è il mio gatto, li conosco già. L’altro non è più un territorio da scoprire. Ecco allora che la banalizzazione è anche una perdita di entusiasmo, di interesse, di curiosità, e quindi è come se ad un certo memento non volessi più entrare in profondità, in questo rapporto, ma mi limito a rimanere sulla superficie.

Il valore della relazione significa interpretare quell’esperienza in maniera coniugativa, cioè quell’esperienza come capacità di apertura verso nuovi orizzonti e non come limitazione alle proprie aspettative o ai propri bisogni. Io valorizzo una relazione se questa è produttrice di domande, non se è limitata alle risposte. Se l’altro diventa un mezzo, uno strumento per realizzare i miei bisogni, significa che io non ho valorizzato la relazione, perché la relazione deve essere in grado di aprirmi a nuovi desideri, fomentare nuovi bisogni che sorgono insieme al mio partner relazionale.

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