Uscire dall’antropocentrismo

Uscire dall’antropocentrismo

Spesso il nostro rapporto con le altre specie richiede o, meglio, presuppone la capacità di esprimere un giudizio di merito e quindi di valutare le condizioni ovviamente implicitando una prospettiva. D’altro canto nel merito, ossia dovendo discutere del nostro rapporto con le altre specie, ci si trova di fronte a una sorta di paradosso o apparente aporia, giacché si pretende di mettere sotto critica – non necessariamente superare – la metrica ovvero la lente stessa con la quale si è chiamati a esplicitare la prospettica ovvero a guardare valutativamente il panorama. In altre parole: come si può criticare l’antropocentrismo osservando il mondo attraverso una focale necessariamente antropocentrata?

Credo che questo interrogativo non sia per nulla peregrino e meriti una riflessione molto approfondita, che ovviamente in poche righe non posso fare. Penso tuttavia che sia altrettanto sbagliato o superficiale liquidare il problema come se fosse dato per scontata l’impossibilità di superare il problema. Vorrei inoltre sottolineare che ciò che a prima vista appare come un unico problema in realtà consta di molte articolazioni che, se non opportunamente affrontate nella loro specificità, rischiano semplicemente di avvalorare tautologicamente la chiusura antropocentrica. Il primo argomento che desidero affrontare riguarda l’antropocentrismo, che potremmo definire come “la pretesa di considerare l’essere umano come la metrica universale ossia il passpartout della valutazione”. Anche la prospettiva antropocentrata ha le sue sottocategorie di implicazioni problematiche. Possiamo infatti pensare che la prospettiva antropocentrata debba porsi come universale nell’interpretazione del mondo perché scarsa di chiusure epimeteiche ovvero più libera e meno compromessa da declinazioni adattative, se seguiamo molte riflessioni per esempio dell’antropologia filosofica.

Possiamo, viceversa, non credere che tale prospettiva corrisponda a un universale e tuttavia considerarla come una monade da cui non ci è data possibilità di uscita. In questo caso saremmo portati a dichiarare “antropocentrati siamo e antropocentrati resteremo”, per cui qualunque critica all’antropocentrismo è viziata in partenza. In realtà, da un punto di vista epistemologico la prospettiva antropocentrata è entrata in crisi soprattutto con la rivoluzione scientifica ma ancor prima con l’emergenza tecnopoietica. Ogni tecnica infatti slitta la prospettiva e ci fa comprendere come lo sguardo umano sia viziato da numerosi bias – non solo sensoriali ma altresì cognitivi ed epistemici – cosicché possiamo dire che ogni emergenza tecnopoietica è di fatto una critica alla prospettiva antropocentrata. Questo significa che, come l’egocentrico non è necessariamente condannato alla chiusura all’interno della propria prospettica egoica, giacché il confronto relazionale determina slittamenti sull’autocentrismo, allo stesso modo l’essere umano che si confronta con il mondo, che si relaziona con le altre specie, che si ibrida con la tecnologia subisce slittamenti e decentramenti rispetto alla prospettica antropocentrata.

Quindi, se è vero che non possiamo rinunciare del tutto alla nostra prospettiva antropocentrata, è altrettanto vero che gli slittamenti decentrativi sono inevitabili per cui ritenere tale prospettica come universale o monadica è assolutamente fuorviante. L’analisi dei bias interpretativi riferibili alla prospettiva antropocentrata ci aiuta peraltro a comprendere come il nostro sguardo verso le altre specie sia viziato da tendenze disgiuntive, categoriali, omologative e di gerarchizzazione.

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